Neuropsichiatria infantile, denuncia di una madre oristanese: “Lista d’attesa senza tempi certi”

Una segnalazione arrivata dalla scuola, la richiesta di una valutazione specialistica e poi l’ingresso in una lista d’attesa senza una data certa. È la storia raccontata da Giulia, madre di un bambino in età prescolare, che ha deciso di rendere pubblica la propria esperienza con il Servizio sanitario regionale, chiedendo di dare voce alla frustrazione di tante famiglie alle prese con la Neuropsichiatria infantile.

Tutto comincia alla fine dell’anno scolastico, quando le insegnanti segnalano alla famiglia una possibile difficoltà nell’apprendimento del bambino. I genitori si attivano immediatamente, chiedono l’impegnativa alla pediatra e contattano il servizio di Neuropsichiatria infantile della zona. Per completare la documentazione richiesta dalla struttura, compreso il modulo di segnalazione della scuola, servono circa due settimane. Il primo accesso al centro arriva dopo un mese dal contatto iniziale.

“Un questionario somministrato e una sentenza sconfortante: siete in lista d’attesa. Non abbiamo disponibilità, non sappiamo indicare i tempi, procediamo in base al grado di urgenza” – racconta la madre.

Di fronte all’incertezza, e preoccupata per il fatto che si tratti di un bambino in piena età evolutiva, la famiglia decide di rivolgersi anche al privato. La valutazione specialistica evidenzia una situazione definita borderline e ritenuta meritevole di attenzione. La relazione viene quindi trasmessa al servizio pubblico, nella speranza che possa contribuire a ridefinire tempi e priorità.

Passano i mesi. Si arriva ai giorni nostri, primi di ottobre, ma dalla struttura pubblica non arriva ancora alcun riscontro. La famiglia decide allora di presentarsi personalmente per chiedere chiarimenti. “Tre mesi sono pochi per ottenere una visita. Comunque è prenotata” – la risposta ricevuta.

Ed è proprio sulla differenza tra una prenotazione e una lista d’attesa che Giulia concentra la propria denuncia. “Avere una prenotazione significa avere una data e un orario per una visita. Essere in lista d’attesa senza alcuna indicazione temporale non è una prenotazione: è un limbo”.

Il problema, secondo la madre, non riguarda soltanto l’attesa in sé, ma le conseguenze che questa situazione produce sulle famiglie. “In questo limbo, la salute dei nostri figli non aspetta”. Per non lasciare il bambino senza assistenza, i genitori hanno dovuto ricorrere agli specialisti privati, sostenendo una spesa che, racconta la donna, ammonta a migliaia di euro.

Da qui la domanda rivolta alle istituzioni: “Ma chi non ha le disponibilità economiche per pagare visite ed équipe private, cosa fa? Rinuncia a curare il proprio figlio?”.

La denuncia chiama in causa il diritto all’assistenza sanitaria e, in particolare, la necessità di garantire tempi adeguati quando a essere coinvolti sono bambini in età evolutiva. “Un mese perso può fare la differenza nel percorso di crescita e di integrazione scolastica di un bambino”, sottolinea Giulia.

La richiesta finale è quella di non lasciare sole le famiglie e di garantire un’assistenza “tempestiva ed efficace”. Una vicenda personale che riporta così al centro il problema delle liste d’attesa nella Neuropsichiatria infantile e del ricorso al privato come unica alternativa possibile per chi può permetterselo.

N. B. Per tutelare la privacy del minore, abbiamo utilizzato esclusivamente il nome della madre.

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