Pignoramento lampo per una multa. Il caso che accende i riflettori sul sistema di riscossione del Comune di Oristano
Una PEC, ma nessun preavviso ricevuto. Poi un tentativo immediato di chiarimento da parte del cittadino, rimasto senza risposta. Infine, nel giro di appena 24 ore, il conto corrente bloccato e 1.700 euro prelevati.
Non è solo la storia di una sanzione non pagata. È il racconto di un meccanismo di riscossione che, secondo quanto denunciato da una cittadina oristanese, non lascia margini, né tempo.
La storia. Tutto nasce da una multa del 2023, per un’infrazione semaforica in via Cagliari. Una distrazione alla guida, con svolta a sinistra verso via Gennargentu, ma partendo dalla corsia che consente solo di andare dritti. Una piccola distrazione, che si è trasformata, a distanza di tempo, in un debito consistente. Fin qui, nulla di anomalo. Ma è ciò che accade dopo a sollevare interrogativi.
Il sistema di riscossione. Il Comune di Oristano, infatti, per la riscossione delle sanzioni si avvale di società private di recupero crediti e non del circuito ordinario dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Ed è proprio da una di queste società, la Consulab di Napoli, che parte la comunicazione: un avviso di pignoramento da 1.700 euro, con intimazione di pagamento entro 30 giorni.
Secondo il racconto della giovane, che preferisce restare anonima (ma che per noi è una fonte qualificata, ndr), quella PEC non sarebbe stata preceduta da ulteriori solleciti ricevuti. Una situazione che la spinge ad attivarsi immediatamente, attraverso una risposta via email, per chiedere chiarimenti e la possibilità di rateizzare. Nessun riscontro. Il giorno stesso si reca al Comando della Polizia Locale per ottenere indicazioni. Le viene fornito il contatto di un referente territoriale della società incaricata, con la rassicurazione di una risposta celere. Anche in questo caso, però, il silenzio.
L’epilogo. Trascorse appena 24 ore dall’invio della PEC, scatta il pignoramento sul conto corrente. L’intera somma viene bloccata, senza ulteriori comunicazioni. “Come se non importasse il termine di 30 giorni concesso per organizzarsi – racconta –. Come se non importasse se quei soldi servono per vivere e mantenere i figli”. Parole che restituiscono senso di impotenza, di fronte a un sistema percepito come automatico e inflessibile.
Il punto centrale, però, va oltre il singolo episodio. È il modello di riscossione adottato che entra nel dibattito: un sistema esternalizzato, affidato a soggetti privati, che opera con procedure rapide e stringenti. Un’impostazione che, se da un lato punta all’efficienza e al recupero dei crediti, dall’altro, secondo la testimonianza raccolta, rischia di comprimere tempi e possibilità di interlocuzione per i cittadini.
Resta ora da chiarire se tutte le comunicazioni previste siano state effettivamente inviate e ricevute, e se le tempistiche del pignoramento siano coerenti con quanto indicato nell’avviso. Ma intanto, il caso accende dubbi su quanto sia compatibile un sistema così perentorio con il diritto del cittadino a essere informato, ascoltato e messo nelle condizioni di adempiere.

