Ricci di mare prelevati illegalmente in Area Marina. Due rinvii a giudizio per inquinamento ambientale nel Sinis

La Procura della Repubblica di Oristano ha richiesto il rinvio a giudizio per due indagati accusati di aver messo in atto un’attività di pesca abusiva di ricci di mare all’interno dell’Area Marina Protetta della Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre, con conseguenze ritenute gravi per l’equilibrio dell’ecosistema marino. L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Paolo De Falco, ha portato alla contestazione del delitto di inquinamento ambientale ai sensi dell’articolo 452-bis del codice penale, ipotesi che segna un passaggio rilevante nell’approccio giudiziario ai reati ambientali.

Le indagini sono state condotte dalla Stazione Forestale e di Vigilanza Ambientale di Oristano, con il supporto dei Barracelli di Cabras, e hanno permesso di ricostruire un presunto sistema di prelievo illegale organizzato, che non si sarebbe limitato alla sola raccolta, ma avrebbe incluso anche la lavorazione e la successiva commercializzazione del prodotto, destinato in parte al circuito della ristorazione locale.

Secondo quanto accertato, in un arco temporale di circa quattro mesi sarebbero stati sottratti circa 70.000 esemplari di riccio di mare (Paracentrotus lividus), soprattutto nella zona B dell’area marina protetta, dove la normativa vigente vieta in modo assoluto qualsiasi attività di pesca. Un prelievo considerato particolarmente impattante in un contesto già sensibile dal punto di vista ambientale.

Un ruolo determinante nella ricostruzione del danno ecologico è stato svolto dalla collaborazione scientifica con i consulenti del CNR di Oristano – Torregrande. Gli studi hanno documentato una drastica riduzione della popolazione di ricci e, soprattutto, un crollo della densità degli esemplari di taglia commerciale, elemento che gli inquirenti ritengono direttamente collegato al prelievo illecito.

Proprio questa evidenza scientifica ha consentito di configurare, secondo l’impostazione accusatoria, una compromissione significativa e misurabile dell’ecosistema marino: requisito centrale per la contestazione del delitto di inquinamento ambientale.

La qualificazione giuridica dei fatti rappresenta un elemento di particolare rilievo, perché consente l’applicazione di un impianto sanzionatorio severo, che prevede la reclusione da due a sei anni e multe comprese tra 10.000 e 100.000 euro. Accanto a questa contestazione principale, agli indagati vengono attribuite anche ipotesi contravvenzionali legate alla pesca in area protetta e alla commercializzazione di prodotti ittici in violazione delle norme igienico-sanitarie.

L’indagine si inserisce in un quadro più ampio di attenzione verso la tutela degli ecosistemi costieri del Sinis, considerati tra i più delicati e al tempo stesso strategici del Mediterraneo. La sinergia tra magistratura, forze di vigilanza ambientale e comunità scientifica viene indicata dagli investigatori come elemento decisivo per ricostruire la portata del fenomeno e i suoi effetti sul territorio.

Il procedimento si avvia ora verso la fase processuale, nella quale saranno valutate nel merito le responsabilità individuali e l’effettiva entità del danno ambientale contestato.

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