Sili’. Chiesta condanna a 16 anni per la mamma di Chiara Carta
La pubblica accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di reclusione per Monica Vinci, la donna di 54 anni accusata dell’omicidio della figlia Chiara Carta, la tredicenne uccisa con numerose coltellate nella loro abitazione di Silì il 18 febbraio 2023. La richiesta è stata formulata davanti alla Corte d’Assise di Cagliari, dal pubblico ministero Valerio Bagattini, al termine di una lunga requisitoria. Il processo riprenderà il prossimo 9 settembre con la discussione della difesa.
Al centro del dibattimento resta il tema della capacità di intendere e di volere dell’imputata al momento del delitto. Il perito nominato dal giudice per le indagini preliminari aveva infatti accertato un totale vizio di mente, ritenendo Monica Vinci completamente incapace di intendere e di volere quando uccise la figlia.
Di diverso avviso il pubblico ministero, che ha sostenuto le conclusioni del proprio consulente, Stefano Ferracuti. Pur riconoscendo che la donna fosse affetta da una grave patologia psichiatrica, il consulente della Procura ha escluso l’incapacità totale, parlando invece di una capacità soltanto parzialmente compromessa. Per questo il pm ha chiesto che venga riconosciuta esclusivamente l’attenuante del vizio parziale di mente.
Nel corso della requisitoria, Bagattini ha spiegato di non condividere le conclusioni del neuropsichiatra Maurizio Maresca, perito dell’Asl e già autore della consulenza disposta durante le indagini. Quest’ultimo aveva descritto l’omicidio come un gesto completamente fuori controllo, provocato da una grave schizofrenia paranoide, sottolineando come un simile delitto non possa essere spiegato con una semplice lite familiare.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, invece, la discussione tra madre e figlia, nata perché la ragazzina voleva uscire con un’amica, non sarebbe di per sé sufficiente a spiegare quanto accaduto, ma dimostrerebbe che Monica Vinci conservasse una residua capacità di comprendere e di agire. Partendo da una pena base di 24 anni e applicando l’attenuante della seminfermità, il pubblico ministero ha quindi chiesto una condanna a 16 anni di reclusione.
La Procura ha inoltre evidenziato la persistente pericolosità sociale della donna, chiedendo che, al termine della pena, venga applicata una misura di sicurezza di tre anni in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), struttura nella quale Monica Vinci è tuttora ricoverata e sottoposta a cure dopo aver tentato il suicidio subito dopo l’omicidio.
Nel corso dell’udienza è intervenuta anche l’avvocata Anna Paola Putzu, nominata parte civile dall’ex marito dell’imputata. La parola passerà ora alla difesa, rappresentata dall’avvocato Gianluca Aste, che il 9 settembre illustrerà le proprie conclusioni, sostenendo la tesi dell’infermità totale e della conseguente non imputabilità della donna.

